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INCONTRI ALLA FRONTIERA

Imagen JSF
La Svizzera è uno dei paesi più ricchi del mondo e può sembrare impossibile che anche qui vi siano persone che rischiano di finire sulla strada e di non avere niente da mangiare. La Costituzione elvetica garantisce ad ogni persona il diritto di ricevere aiuto in caso di estremo bisogno; anche chi non ha mezzi sufficienti per mantenersi può in genere contare su qualche sostegno sociale.

Tuttavia, negli ultimi mesi si è creata una nuova difficile situazione: dal 1° aprile 2004 i richiedenti l’asilo, la cui domanda dopo un primo esame venga giudicata “evidentemente infondata”, sono esclusi da ogni assistenza da parte dello Stato e si ritrovano automaticamente in condizione di clandestinità con l’ingiunzione di lasciare al più presto la Svizzera. Il sistema è stato escogitato per scoraggiare nuove richieste di asilo e per allontanare coloro che non vengono riconosciuti come rifugiati.

Ma dove andare? Queste persone hanno intrapreso lunghi e pericolosi “viaggi della speranza” per sfuggire, se non alla persecuzione politica, sicuramente ad altre forme di violenza o alla mancanza di prospettive di tante regioni del mondo. Dopo essere stati respinti, alcuni cercano di raggiungere di nascosto altri paesi europei. Diversi, però, rimangono. Per questo i servizi sociali delle parrocchie e gli uffici della Caritas e di altri organismi ecclesiali registrano un aumento delle persone che si rivolgono a loro perché prive del necessario per vivere e di un alloggio.

La Chiesa cattolica si trova a confronto con questa nuova realtà e, in collaborazione con le altre Chiese, si sono formate nei diversi cantoni delle reti di solidarietà. La questione è delicata. Dare sostegno a chi si trattiene irregolarmente nel paese può essere considerato un reato. La Chiesa, però, a partire dal Vangelo, non può abbandonare chi si trova nella necessità. Questo lo hanno dichiarato anche i Vescovi svizzeri, che hanno apprezzato il fatto che vi siano cristiani disponibili a rimanere solidali con questi stranieri, esclusi dalla società. In realtà, - fanno notare i Vescovi - così facendo tante parrocchie e organizzazioni ecclesiali vivono in modo autentico lo spirito della Costituzione elvetica che garantisce i diritti umani e la difesa della dignità della persona.

Anche il Servizio Pastorale Ecumenico per i richiedenti l’asilo (OeSA), sostenuto dalle Chiese cristiane della città di Basilea, con il quale collaboro, ha dovuto presto fare i conti con i cambiamenti connessi alle nuove leggi più restrittive. Al Centro di Prima Registrazione, situato alla frontiera tra Svizzera e Germania, ho cominciato ad avvertire un clima più difficile. Incontro persone molto deluse e frustrate per la situazione in cui si trovano. In pochi giorni si rendono conto che, dopo aver tanto rischiato e lasciato tutto nel paese di origine, non viene data loro alcuna possibilità di rimanere legalmente in Svizzera. Quali alternative rimangono per loro? Il rimpatrio immediato, il carcere in attesa dell’espulsione o la clandestinità.
Per noi collaboratori del Servizio Pastorale Ecumenico, quindi, è diventato estremamente importante curare i collegamenti con le reti di solidarietà o con altre organizzazioni dei vari cantoni, in modo che i richiedenti l’asilo non si ritrovino subito sulla strada, ma abbiano almeno qualche giorno di tempo e lo spazio sufficiente per riflettere e decidere riguardo al proprio futuro. In tutto questo non è venuto meno, anzi è cresciuto il bisogno e la disponibilità dei richiedenti l’asilo al dialogo, anche sul tema della fede. Nei mesi scorsi ho incontrato tra loro dei cattolici, provenienti soprattutto dall’Africa, che mi hanno chiesto di poter partecipare alla Messa, di pregare o di parlare con un prete. In diverse occasioni, superando la difficoltà della lingua con la traduzione in inglese o francese, li ho accompagnati alla più vicina parrocchia svizzera o a quella di lingua italiana, mettendoli in contatto, poi, con i sacerdoti locali o con i missionari Scalabriniani.

Attraverso i collegamenti sia con la parrocchia di lingua italiana, dove sono inserita per un servizio pastorale, sia con le altre parrocchie di Basilea, non sono mancate le occasioni per sensibilizzare giovani e adulti svizzeri o di altre nazionalità sulla situazione dei profughi.
E chissà cosa si muove nel cuore dei migranti italiani, da decenni ormai residenti in Svizzera, al vedere queste persone arrivate così da lontano pregare con loro la domenica! Attraverso questa presenza i migranti della prima ora scoprono le nuove migrazioni... In alcuni si risveglia il ricordo dei tempi difficili del loro inizio in Svizzera: un’esperienza che può portare ad una più profonda capacità di comprendere le sofferenze di chi è toccato ora dalla discriminazione.

Così, subito si è passati ai fatti: sono stati raccolti vestiti pesanti, molto utili per l’inverno, qualcuno spontaneamente ha invitato a casa i richiedenti l’asilo per il pranzo, dal momento che dopo la Messa, a causa degli orari non flessibili, al Centro di Prima Registrazione non c’è più la possibilità di mangiare. Da novembre, inoltre, alcune signore italiane hanno cominciato ad aiutare come volontarie nella distribuzione del caffè fuori dal Centro, arricchendo di un’altra diversità il gruppo già multietnico e multireligioso dei collaboratori del Servizio Pastorale Ecumenico. Nella condizione di provvisorietà in cui si ritrovano a vivere i richiedenti l’asilo respinti, i gesti di accoglienza acquistano un significato più forte. E, soprattutto, questi fatti sono come ponti, piccoli e grandi, lanciati tra i migranti di ieri e di oggi.

Mi accorgo che la preghiera è essenziale per potersi preparare all’incontro con loro e testimoniare che Dio accompagna e sostiene i passi di ogni uomo. Ogni volta rimango colpita dalla loro capacità di affrontare tanti sacrifici e rischi, come anche dalla loro fede. I cristiani che ho conosciuto danno grande valore alla preghiera e qualcuno di loro, quando si è reso conto che iniziava la Quaresima, si è sentito quasi in colpa di non aver potuto fare nulla di speciale per questo tempo di preparazione alla Pasqua. Un giovane dalla Nigeria, in carcere perché clandestino, si incontra con altri per pregare e riceve sempre volentieri la visita del sacerdote. Da diversi africani ho sentito questa espressione: «Io mi affido a Dio, Lui mi aiuterà. Gli uomini si comportano così, ma Dio mi ha portato fin qui e mi guiderà ancora». Sono consapevole che di ciascuna persona posso vedere solo qualche aspetto e che non conosco tutto ciò che ha dietro le spalle, quali drammi e sofferenze. Cerco, per questo, di rivolgermi a loro senza pregiudizi o cliché e mi rendo conto che spesso sono io a ricevere molto dai dialoghi e dalla condivisione con la loro vita.

In una fase in cui il clima di chiusura nei confronti di chi è straniero sembra dominare, è importante sensibilizzare ogni ambiente con la testimonianza della vita e la parola, saper mettere dei punti di domanda, favorire l’incontro tra persone diverse: migranti, autoctoni, rifugiati. Ed è anche incoraggiante condividere questi passi con altri cristiani o persone sensibili, che con la loro solidarietà interpellano l’indifferenza di molti.

Por  Susy Mugnes, MSS

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